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Cos’è il “Care-drain”, ovvero il “vuoto di cura” che le badanti si lasciano alle spalle

Come è stato osservato in letteratura, il lavoro di cura sottosalariato è uno dei maggiori segmenti del mercato del lavoro aperto alle donne immigrate, e fa sì che “the bottom of many nations’ occupational distributions is becoming internationalized”.

Tuttavia, proprio perché tali attività si svolgono all’interno delle realtà domestiche di molti paesi “sviluppati”, questo fenomeno resta difficile da quantificare, osservare, fotografare. È importante sottolineare come la ristrutturazione economica in corso a livello mondiale abbia creato nuove forme occupazionali che hanno molte caratteristiche del lavoro femminile retribuito e dei lavori familiari e di cura non retribuiti. Salazar Parreñas sottolinea come “the globalization of the market economy has extended the politics of reproductive labor into an international level”, con la conseguenza che l’entrata nel mondo del lavoro di cura da parte delle donne provenienti da diversi paesi “in transizione”, o in “via di sviluppo”, sarebbe dunque il frutto della divisione internazionale delle mansioni di cura.

Sulla scorta di uno studio sulle donne migranti provenienti dalle Filippine, Parreñas introduce il concetto di “trasferimento internazionale del lavoro di cura”: mentre le donne dei paesi di accoglienza comprano il lavoro a basso-costo delle lavoratrici domestiche filippine, queste ultime fanno contestualmente ricorso per la cura dei propri familiari in patria, ai servizi ancor più economici delle donne troppo povere per emigrare, e dunque rimaste in patria. Anche con rispetto al caso italiano, alcuni studi evidenziano il problema di care-drain, intendendo con questo termine quel “vuoto di cura” che con la migrazione femminile si viene a creare nei contesti di origine. È chiaro come la partenza da molti paesi dell’est Europa di un numero cospicuo di donne che rappresentano il fulcro del lavoro di care-giving all’interno delle proprie famiglie abbia prodotto la sostanziale privazione dell’attenzione per i componenti più deboli o bisognosi del nucleo, in particolare bambini e/o adolescenti figli delle emigrate, al punto da spingere alcuni a parlare di “orfani sociali”. Non sono stati, in ogni modo, rinvenuti casi di “sostituzione” della madre migrante con lavoratici salariate esterne al nucleo familiare. Il deficit di cura che la partenza della donna-madre indubbiamente tende a produrre all’interno del nucleo familiare sembra essere mitigato – non potendosi dire risolto – attraverso altri membri della famiglia allargata, ossia grazie alla riorganizzazione interna del nucleo parentale, che diventa beneficiario diretto dei proventi della migrazione.

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Non è sempre facile, infatti, per molte di loro tornare frequentemente a casa, in particolar modo nella prima fase di irregolarità che distingue il soggiorno lavorativo in Italia. La mancanza di regolare permesso di soggiorno inficia infatti la capacità di ridurre la distanza geografica tra se e i propri figli, ed una figura “sostitutiva” o “compensativa” risulta indispensabile almeno per i primi anni del progetto migratorio. Secondo alcune sono poi gli stessi figli ad “abituarsi” ai privilegi economici che il lavoro in Italia della madre permette loro, e l’assenza fisica della madre è “ricompensata” dalle cospicue rimesse inviate, che consentono ai figli di continuare gli studi, intraprendere alcune carriere professionali, costruire una casa più grande. È facile intuire come, nonostante la strategia migratoria avvantaggi, almeno economicamente, il marito stesso, le donne migranti non sono in grado molto spesso di “negoziare” con il secondo i ruoli svolti all’intero del nucleo familiare, e riproducono a loro volta gli stereotipi culturali che vogliono solo la donna responsabile dei lavori di cura della casa e dei figli. In questo senso colpisce altresì la scarsa fiducia che le donne sembrano riporre nella capacità – in senso di “forza morale”, non solo di “potere sociale” – dell’uomo di supplire alla loro assenza. Il marito rimasto in patria non sembra dunque rappresentare un soggetto “fidato” cui fare riferimento durante il periodo da trascorrere all’estero: le donne descrivono casi di alcolismo, di abbandono del nucleo familiare, di costituzione di nuove famiglie da parte di molti uomini rimasti soli a seguito della migrazione della moglie. Inoltre, alcune intervistate mettono in evidenza l’aspetto psicologico giocato sull’uomo dalla trasformazione del proprio ruolo sociale e familiare.

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