La vita della badante

La vita della badante

“Natasha ha preso il bus” di Sara Rossi, un’opera da vedere

AESDOMICILIO (come molte cooperative di badanti o agenzie di badanti) dedica ampia attenzione anche all’aspetto culturale che investe il ruolo della badante nella nostra società, nonché al rapporto badante-badato che sempre più va costituendosi in questi anni dato l’alto tasso di longevità che vige in Italia, e i furiosi impegni che occupano le giornate dei familiari degli anziani.

La vita della badante è una vita “fantasma” – si sa che c’è ma non si vuole sapere, veramente, chi è. E’ come se ci fosse una sorta di repellenza nel chiedere alla badante cosa faccia o cosa voglia fare, o cosa abbia fatto: sono figure indispensabili e, ci sentiamo di dire, dai più sconosciute.

Ma come spesso accade a farci conoscere ciò che ci circonda, a farci conoscere la vita non è la vita ma la sua rappresentazione: quando si è adolescenti, le mille emozioni che funestano lo stomaco e il cervello sembrano cose sconosciute ed estranee, e sono semplicemente dei sentimenti. Ma i sentimenti non si conoscono a quell’età e magari leggendo “Il giovane Werther” di Goethe, “Opinioni di un clown” di H. Boll, “Guerra e Pace” di Tolstoj, immediatamente sappiamo dare un nome a quello che proviamo.

Questo è il senso dell’arte – qualsiasi sia – , riuscire a far dare un nome a quello che si prova.

La vita della badante è un universo inesplorato ed ha provato a dar luce ad esso, con un taglio giornalistico e documentaristico, Sara Rossi nel suo testo teatrale “Natasha ha preso il bus”: Sara Rossi, giornalista, racconta di come un pomeriggio al parco abbia incontrato una signora di nome Maria, badante, che le disse: “Nessuno ci chiede mai chi siamo. Al massimo la gente si informa su come sta la signora o il signore insieme a noi, come se fossimo badanti e basta e non persone. Ma noi non siamo badanti e basta”.

Da questa richiesta di ascolto è nato un lavoro che raccoglie testimonianze di donne dell’Est Europa arrivate da noi per occuparsi degli anziani, a casa loro, 24 ore su 24. Ne sono nati un libro e uno spettacolo teatrale. Molte di loro affermano che si tratta di un “mestiere bellissimo”, ma che ha bisogno di cultura e di leggi per essere tutelato. Il teatro si fa quindi mezzo, insieme alla musica, per dare voce a chi di solito non ne ha, lanciando una riflessione e provando a creare un ponte tra i due bisogni: quello di chi cerca lavoro e migra senza la sua famiglia e quello di chi vorrebbe ancora vivere a casa propria ma non è più in grado di farlo da solo. Un accenno particolare, in questa storia, è dedicato ai figli – molto spesso, le figlie – che lavorano e non possono o non se la sentono di accogliere in casa i propri genitori.

Si racconta di come le badanti cantino la sera su skype ai loro nipotini, o i canti di Pasqua e Natale che si intonano nelle chiese ortodosse.

E’ insomma uno spettacolo bellissimo in grado di evocare tutte le lacune che il mestiere della badante, oggi, comporta.