Badante Alzheimer

Badanti e Anziani: Nuove Evidenze sull’Alzheimer

Spesso ci troviamo a discutere sulle badanti per i malati di Alzheimer: L’Alzheimer è una delle patologie più divoranti dell’ultimo secolo, è quella sindrome per cui tutto è sempre un continuo presente, e biologicamente e letteralmente “mangia il cervello” – sì, alcune aree del cervello si ritirano, si rattrappiscono, come un insensato elastico, il nostro cervello se la squaglia; da un giorno all’altro il pappagallo può diventare uno zio, e il nostro nonno una persona che ci sta aspettando proprio là, dietro l’angolo, cinquant’anni non sono che l’età che si può avere la mattina e a mezzogiorno sentirsi appena nati.

Insomma: è uno stravolgimento di tutto ciò che eravamo, siamo e saremo, come se in un mazzo venissero mescolate carte napoletane, piacentine, e poi il sandwich della mattina scorsa, e poi la tovaglia e poi un cane: riuscireste voi a giocare con un mazzo così? Magari sì, ma a patto che non si conoscano mai le regole, perché è proprio questo che vi è di più sconcertante dell’Alzheimer gioca con regole sempre diverse e non lo si può battere, e cambia regole perché restituisce, quasi come una rivelazione, che ognuno di noi è unico davvero – non è retorica, è il motore dell’imbattibilità di questa malattia, la nostra unicità.

Tuttavia, ultimamente, vi sono nuove terapie che stanno affacciandosi: a base di “estratti” di cellule staminali del midollo osseo (note come cellule mesenchimali) potrebbe essere veicolata sotto forma di spray nasale nei pazienti affetti dal morbo di Alzheimer per ridurre l’infiammazione del cervello e proteggere i neuroni, portando, forse, a un miglioramento del quadro cognitivo della malattia.

Questo trattamento sperimentale è stato al centro di uno studio preliminare, condotto da Silvia Coco dell’Università di Milano Bicocca su cellule in provetta e poi su animali con Alzheimer. I risultati ottenuti hanno dimostrato la sua capacità di ridurre lo stato infiammatorio del cervello in aree chiave per l’apprendimento e la memoria, quali l’ippocampo e la corteccia enterinale.

L’esito positivo di questa ricerca, pubblicata sulle pagine della rivista specializzata Stem Cells Translational Medicine, potrebbero portare allo sviluppo di una terapia finalizzata a rallentare il decorso del morbo di Alzheimer, difendere i neuroni e forse ridurre la formazione di placche tossiche della sostanza beta-amiloide.

A sostenerlo è la dottoressa Coco in persona, la quale però ribadisce che si tratta di un lavoro ancora in fase preliminare, lontano da possibili applicazioni cliniche. “Con due iniezioni nasali a distanza di poche ore l’una dall’altra abbiamo somministrato agli animali le vescicole estratte dalle staminali e visto che hanno effetto antinfiammatorio su ippocampo e corteccia enterinale, le aree maggiormente affette da Alzheimer”, spiega l’esperta.

Certo, sono tentativi, sperimentazioni, che danno però la possibilità di sperare qualcosa, se non di migliore, perché non ci è dato sapere se sia davvero qualcosa di migliore, certamente qualcosa di diverso.

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