Figli trasformati in Badanti

Figli-Badanti: Come è stato essere Badanti

Ci stiamo approssimando, si spera, alla fine del periodo più brutto degli ultimi cinquant’anni; non c’è stato niente da fare: ogni cosa è stata travolta dall’ondata Covid-19, dai ristoranti alle palestre, da i negozi di vestiti alle gioiellerie: tutto ha cambiato volto.

Ma ad aver subito un notevole scompenso è stata anche la generazione post-lockdown, quella delle migliaia di figlie e figli che si sono ritrovati a fare da badanti ai propri genitori, o ai propri cari.

Essere catapultati in un mondo di cui ci sembra di conoscere tutto – ad esempio, chi ha una badante in casa che assista un proprio caro, sa perfettamente quando la badante da da mangiare, quando scandisce il tempo delle uscite, ma non sa, fino in fondo, “come” la badante riesca a fare queste cose. Ecco, fare la badante è solo apparentemente semplice ma in realtà si cela dietro tutta una logica e un savoir faire che non hanno niente di naturale.

Raccogliamo una testimonianza dalla provincia di Piacenza:

Chi non vive questa situazione non può capire. La mia vita è cambiata

Antonella Scrivani è una cosiddetta caregiver, cioè una figlia che – in questo periodo di lockdown – si è trovata costretta ad assistere una parente anziana ogni giorno, senza sosta. Il centro diurno a cui è iscritta sua madre Fausta Fava, 81 anni, ha chiuso fin dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus, lasciando le famiglie prive di un supporto fondamentale:

Mia mamma frequenta la struttura Unicoop alla Besurica da ormai cinque anni, si trova davvero bene. Ma questo periodo di sospensione forzata è stato durissimo. Riaprire il prima possibile è essenziale anche per lo stato di salute degli ospiti”.

I gestori si dicono pronti a riavviare l’attività. Ma il via libera spetta all’amministrazione comunale. “Ed è sempre più urgente – sottolinea Antonella – perché mia madre è peggiorata in assenza del centro diurno”.

Si tratta dello stesso problema attraversato da Kalpana Patil, che negli ultimi quattro mesi ha assistito la mamma Angela Guglieri, 86 anni: “Dalla chiusura del centro diurno in poi, non ho più uno spazio personale. Mi sono trasferita a casa di mia madre per proteggerla e curarla. E l’ho vista aggravarsi: la struttura la faceva sentire utile e contenta, piena di energia. Ora invece è stanca e depressa”.

La riapertura dei centri diurni per anziani (quantomeno quelli convenzionati con il Comune di Piacenza) è una necessità di primaria importanza. Perciò venerdì mattina i gestori privati hanno incontrato gli uffici di palazzo Mercanti: si è fatto qualche passo avanti per definire le modalità di ripresa, ma ancora non c’è una data certa all’orizzonte.

 

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