Badanti alzheimer preoccupa

L’alzheimer: i dati che preoccupano

L’Italia è il secondo paese più vecchio del mondo (dopo il Giappone) e il primo d’Europa, perciò è chiaro come il tema ci tocchi da vicino.

Badanti: I numeri dell’assistenza ai malati di alzheimer

Circa 1.2 milioni di italiani sono affetti da Alzheimer, ma almeno 3 milioni sono gli individui interessati direttamente o indirettamente dalla patologia, considerando familiari, infermieri e badanti. Ma il dato che fa più riflettere, è che 700mila sono le persone che ancora non sanno di essersi ammalati.

Tra le sfide attuali, quella di permettere la partecipazione, per quanto possibile, alla vita attiva della comunità degli individui colpiti. La senescenza, affermano i rotariani, non può essere un problema solo per la famiglia del malato, ma è necessario stimolare gli Enti e le Istituzioni competenti a mettere in atto tutti gli strumenti di prevenzione possibili, ragione per la quale diventa fondamentale una corretta informazione. Al Rotary International è riconosciuto di aver pressoché eradicato la poliomielite dal mondo (l’incidenza si è ridotta del 99%, con solo alcuni casi isolati di focolai ancora da debellare in Afganistan e Nigeria) con il progetto mondiale “Polio Plus”, implementato grazie al rotariano Albert Sabin, padre del vaccino orale, e alla collaborazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dell’UNICEF e della Fondazione Bill e Melinda Gates (che proprio di recente ha riconfermato l’appoggio finanziario alla Rotary Foundation). La ricerca va avanti, e lentamente fa progressi.

Al Campus Biomedico di Roma, ad esempio, un team di ricercatori guidato dal professor Marcello d’Amelio ha scoperto un’area del cervello che si deteriora molto presto e che quindi permetterebbe di individuare per tempo il malato e di somministrare i farmaci in anticipo rispetto a quanto avviene oggi, rendendoli più efficaci. L’Alzheimer, infatti, che non è – almeno nel 95% dei casi – a carattere genetico, è una malattia subdola, che per diversi anni non mostra sintomi, facendo sì che chi è malato non se ne accorga.

Il primo declino cerebrale può avvenire addirittura 20 anni prima che i sintomi evidenti si manifestino, distruggendo lentamente e irreversibilmente i neuroni del cervello fin quando il corredo neuronale è devastato.

Inoltre, il protocollo Train the Brain, applicato dalla Fondazione IGEA Onlus in collaborazione con l’Istituto di Neuroscienze del CNR, ha dimostrato che la stimolazione cognitiva, mantenendo allenata la mente e contrastando l’invecchiamento del cervello, integrata con l’attività fisica, riduce l’entità del danno cerebrale anche dopo tre mesi di attività. Di fondamentale rilievo rimane la prevenzione.

È importante effettuare controlli, a partire anche dai 50 anni di età, e cercare di individuare prima possibile le persone a rischio per poter intervenire quando il corredo neuronale è ancora efficiente.

Una corretta alimentazione, uno stile di vita adeguato e non sedentario, l’esercizio intellettuale, perfino la musica (nuovi studi suggeriscono che l’ascolto di musica della propria ‘epoca’ aiuti perché in grado di generare emozioni) possono ridurre il rischio di contrarre la malattia, secondo gli esperti. C’è poi il problema degli anziani soli. Il 30% degli over 65 italiani (il 28% della popolazione secondo i dati Istat) non è autosufficiente. La questione, per molte famiglie, è anche economica, dati i costi di cure e degenze presso case di riposo e RSA (residenze sanitarie assistenziali). In futuro, ne sono convinti i relatori del convegno, le nuove tecnologie e gli smart-hospital potranno essere di grande aiuto, soprattutto nella riduzione dello stress nei malati.

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