Badanti Caregiver Familiari

Il Caregiver E Lo Scambio Dei Ruoli Familiari

Trattando lavoro di cura si giunge inevitabilmente a parlare di “lavoratore del care”, sebbene anche in questo caso sia difficile trovare una figura ben identificata che ricopre questo ruolo.

Possiamo individuare cinque tipologie di persone che svolgono questa attività:

– il “salariato di impresa di assistenza domiciliare”;

– il “salariato il cui datore di lavoro è la stessa persona accudita o un familiare”;

– la “persona che assiste un parente o un vicino senza contratto di lavoro, ma con un riconoscimento economico da parte dei sistemi locali di welfare (assegno di cura regionale, comunale e altre forme di rimborso)”;

– la “persona che assiste a titolo gratuito e per puro senso di solidarietà umana (volontariato nel lavoro di cura)”;

– la “persona che assiste un familiare, una persona cara, qualcuno di cui si sente legato a un vincolo di reciprocità per l’ affetto ricevuto in un’altra fase della vita o per un vincolo di sangue”.

Nella lingua italiana non esiste alcun termine specifico che richiami con precisione questa figura e allora si può dire che la mancanza di una terminologia atta ad indicare tale profilo lavorativo o il soggetto che fa assistenza gratuita ad una persona non autosufficiente riflette la scarsezza di attenzione riservata al settore della cura e l’elevato grado di invisibilità sociale del fenomeno: in più occasioni abbiamo infatti messo in luce tale pecca e noi in primis cerchiamo ogni giorno di porvi rimedio o quantomeno di arginarne le conseguenze.

Proprio come nelle prime fasi della vita, la cura è infatti al centro dell’ultimo dialogo tra figli e genitori; le figlie sono chiamate a mutare progressivamente ma sensibilmente il rapporto con i propri genitori, da un “far conto su di essi” a un “prendersi cura di loro”, così come i genitori anziani sono chiamati al difficile compito di accettare la propria attuale incapacità a restituire l’aiuto.

In questo modo, si dipana la problematica della gratitudine, dell’accettare lo scambio dei ruoli, di fidarsi reciprocamente senza credere di essere un “peso”.

L’accettazione è il primo passo per superare questo empasse: occorre mutare il proprio sguardo e prendere atto dei mutamenti cui ci sottopone la vita.
Occuparsi a tempo pieno e per diversi anni di un componente familiare non autosufficiente ha delle conseguenze sul rientro del caregiver nel mercato del lavoro, in quanto il soggetto perde via via competitività rispetto agli altri lavoratori e può ritenere che sia più vantaggioso rimanere a casa percependo l’indennità di accompagnamento o l’assegno di cura che viene fornito per l’assistenza.
Si crea così un circolo vizioso che rischia non solo di compromettere la carriera lavorativa della persona che presta assistenza ma anche di isolarla dalla rete sociale, con i disagi psicologici che ne possono conseguire.

Attualmente non esistono incentivi che riconoscano al lavoro di cura svolto da un familiare il valore di lavoro a tutti gli effetti, con regole che ne stabiliscano competenze, orari, ferie o indennità di malattia.

Queste mancanze da parte dello Stato nel sostenere il lavoro di cura sono sempre state risolte con la messa in campo dell’arte di arrangiarsi tipica della nostra cultura che ben si concilia con un modello di cura ancora radicato, dando per scontato che le persone con a disposizione più mezzi culturali, economici e sociali, hanno anche più possibilità di trovare risposte a livello privato o statale ai propri bisogni.

Bisogna tuttavia dire che, sebbene il servizio di cura praticato a livello informale (da qui il detto di “caregiver informale”) da familiari e conoscenti sia di grande rilievo nonché indispensabile per la sopravvivenza del nostro sistema di welfare, in quanto permette un grande risparmio in termini economici, non è tuttavia sufficiente a garantire con le proprie sole forze un’assistenza adeguata alla persona in stato di bisogno.

Occorre, dunque, un ripensamento dell’intero sistema e, ancora una volta, una trasformazione radicale che dia maggior rilievo a questa figura e che non dia per scontato tutti gli aspetti e le conseguenze che possono nascondersi dietro ad un atteggiamento che rimanda o che trascura anziché esaltare e sottolineare.
In Italia, uno strumento molto diffuso è l’assegno di cura: anch’esso è un contributo economico dato da Comuni o Asl all’anziano (o ai suoi familiari), ma in questo caso serve per finanziare l’assistenza, viene cioè usato per acquistare assistenza privata o viene dato ai caregiver come compenso per l’attività di cura. Accade sempre più spesso, però, che l’assegno di cura venga usato dalla famiglia per pagare assistenza professionale nel “mercato nero” e ciò dimostra ancora unna volta la necessità di un ripensamento.

Aes Domicilio cerca in ogni modo di porre la sua attenzione su queste problematiche, affinchè si prenda atto della necessità ed essenzialità di un bisogno primario della famiglia e che sappia cogliere ogni sfumatura del caso.

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