I disagi psicosociali: quando la badante non sta bene

Ma quali sono allora le dimensioni predominanti che contribuiscono a generare particolari situazioni di disagio psicosociale? Va considerato in primo luogo che, in un contesto globale, caratterizzato da crisi economico-finanziarie cicliche e da un indebolimento complessivo della forza contrattuale dei lavoratori, in special modo in settori lavorativi che si avvalgono di figure professionali mediamente o poco qualificate, la precarietà lavorativa interessa un numero sempre maggiore di lavoratori e, fra di essi, un numero assai elevato di lavoratori stranieri.

Il protrarsi nel tempo di tale condizione, unitamente al rischio di perdere del tutto il lavoro e con esso il diritto a rimanere in Italia, determina una forte pressione psicologica difficilmente sopportabile a lungo. E’ l’insieme di questi fattori che porta ad accettare di lavorare in condizioni particolarmente sfavorevoli senza la possibilità di rivendicare apertamente i propri diritti. Quando poi il disagio si trasforma in patologia (pensiamo ad esempio alle pressioni psicologiche a cui spesso sono sottoposte le assistenti familiari), si innescano strategie di occultamento del disagio, sia agli occhi del datore di lavoro che dei propri connazionali, per non mettere a rischio il posto di lavoro; in altri casi invece le priorità connesse alla necessità di guadagno fanno sì che i segnali di disagio vengano sottovalutati o addirittura non vengano considerati per non sottrarre tempo al lavoro fino a quando la malattia, sia essa di tipo psicologico o fisico, non si manifesta in forma dirompente.

Inoltre, nella generale flessibilizzazione del mercato del lavoro, i lavoratori stranieri, al lavoro regolare, che consente il rinnovo del permesso di soggiorno, spesso affiancano altri lavori che consentono loro un guadagno supplementare utile a fronteggiare le necessità di spesa e di risparmio. In queste condizioni, la conciliazione dei tempi lavorativi e fra tempi di lavoro e vita privata, diventa assai complicata, imponendo generalmente una compressione massima delle opportunità di socializzazione e, per coloro che sono riusciti a ricongiungersi con la propria famiglia, della sua gestione. Specie nel caso di lavoratori domestici, badante ad ore, badante convivente e colf convivente, ma anche babysitter o colf ad ore.

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Il disagio individuale diventa quindi, in molti casi, disagio familiare nella misura in cui non esistono o sono ridotti al minimo gli spazi di confronto e si erode progressivamente la capacità dei genitori di influire positivamente nel processo di crescita dei figli. Spesso è la donna immigrata a farsi carico della gestione e del raccordo di attività plurime e a vivere, esattamente come la donna italiana, lo stress della “doppia presenza”, con elevati oneri di conciliazione dei tempi di cura, di cui rimane la principale responsabile nei confronti di coniugi e figli, e dei tempi di lavoro.

Sono inoltre sempre le donne ad essere maggiormente discriminate nel contesto lavorativo con una ricaduta negativa sul loro capitale di salute iniziale. Laddove il tema delle “madri a distanza” emerge alla ribalta, l’orientamento prevalente del discorso pubblico oscilla tra diverse reazioni emotive: in molti prevale semplicemente un senso di fatalità, come se il care drain, o “drenaggio di risorse di cura” fosse una conseguenza inevitabile degli squilibri economici tra le diverse aree del mondo; in altri, emerge lo stupore per il “coraggio” dimostrato da queste donne, capaci di farsi carico di una prolungata lontananza dai figli, e di una vita piena di sacrifici, per offrire loro un futuro migliore; in altri casi ancora, e in maniera crescente nei paesi d’origine, si fa strada la disapprovazione (se non lo stigma) per la “irresponsabilità” verso i figli di cui, al contrario, la loro lontananza da casa sarebbe un’indiscutibile dimostrazione.

Nessuno di questi atteggiamenti aiuta a comprendere l’esperienza di vita delle madri migranti –la progettualità che le alimenta, la sofferenza che le accompagna, i molteplici sbocchi che può assumere –in termini privi di moralismi o pregiudizi ideologici. Non aiutano soprattutto a prefigurare, nella comunità locale in cui lavorano, possibili interventi d’aiuto a loro sostegno. La condizione di “madre a distanza”, prolungata per anni, è legata a una dimensione strutturale delle politiche migratorie: la difficoltà di praticare quel ricongiungimento familiare a cui molte di loro (ma, è bene ribadirlo, non tutte) aspirerebbero. Al tempo stesso, ci sono linee di azione, interne al raggio delle loro capacità e competenze, che potrebbero essere utilmente potenziate per alleviare, in qualche misura, i vissuti soggettivi più problematici delle madri migranti. Molte energie e competenze sono state spese nel nostro Paese, negli ultimi anni, per facilitare l’emersione lavorativa delle assistenti domiciliari, per qualificarne l’offerta di lavoro, per migliorarne il profilo formativo e raccordarlo con le esigenze delle famiglie in termini meno “spontaneistici” di quanto non avvenisse in precedenza.

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