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Il rapporto “assistente famigliare-famiglia”: non tutto fila liscio

In considerazione dell’alto contenuto relazionale che il lavoro di cura possiede, è opportuno prendere in esame il rapporto che esiste tra la lavoratrice e la famiglia (nella maggior parte dei casi la datrice di lavoro).

Negli ultimi anni buona parte delle famiglie italiane con soggetti anziani non autosufficienti ha affidato il compito di assistenza alle badanti conviventi, badanti ad ore o badanti di condominio perché, dice Bimbi, “[…] la famiglia non ce la fa, in parte perché gli uomini non partecipano, in parte perché non abbiamo affrontato ancora adeguatamente il tema “I diritti a una vecchiaia dignitosa”.

Insomma, la famiglia intesa principalmente nella sua componente femminile non è più in grado di gestire i compiti di cura che lo Stato le ha affidato, o meglio, di cui si fa carico in modo limitato. Inoltre, la progressiva emancipazione delle donne dal compito non retribuito di cura all’interno del nucleo familiare, il loro ingresso nel mercato del lavoro, senza tuttavia un’adeguata presenza di servizi pubblici sostitutivi e una diversa distribuzione dei carichi familiari, ha contribuito a far sì che il processo di delega del compito di cura ad altre persone avvenisse più velocemente.

Le badanti o le colf ad ore e colf conviventi sono donne che vengono da lontano occupano i posti che noi abbiamo lasciato liberi, fanno i mestieri che non siamo riuscite a condividere con i nostri uomini, svolgono ruoli che non abbiamo ottenuto che fossero organizzati civilmente dalle strutture sanitarie e per i quali il volontariato non ha abbastanza braccia e cuori. Ben vengano! A causa della rigidità del mercato del lavoro italiano la donna che lavora riesce con fatica ad ottenere del tempo libero durante la giornata per dedicarsi alle attività familiari a lei principalmente affidate; inoltre, per molte famiglie il lavoro femminile svolto fuori casa è indispensabile per il bilancio familiare e nello stesso tempo apporta un elevato grado di gratificazione personale per la lavoratrice stessa, così che la ricerca di una persona che la sostituisca nei compiti di cura è divenuta quasi inevitabile, soprattutto nei compiti di assistenza continuativa, che richiedono una disponibilità ed un impegno da parte del caregiver che vanno oltre la mera prestazione lavorativa. E allora chi è più adatto a svolgere il lavoro di una donna se non un’altra donna disposta a stare accanto ai nostri anziani anche 24 ore su 24?

Le donne immigrate sono più accettabili degli uomini, anzi preziosissime, perché viste appunto come donne nel senso più tradizionale del termine: addette ai lavori domestici e alla cura delle persone. Il rapporto delle lavoratrici con la società ospitante, con le famiglie datrici di lavoro, si può in un certo senso identificare con il rapporto che esse hanno con le donne italiane di cui hanno preso il posto.

L’emancipazione raggiunta dalle donne italiane o europee in generale non sembra aver coinvolto le donne che vengono da lontano. Se infatti le donne autoctone si sono liberate da vincoli che le relegavano al ruolo di casalinghe e madri, la divisione tradizionale di ruolo e di genere, che sembrava ormai un fenomeno del passato, si è trasferita sulle nuove arrivate che, spinte da necessità materiali, sono disposte a sacrificare un po’ della loro libertà personale per curare i nostri anziani, in virtù di “presunte ‘qualità femminili’ tradizionalmente connesse alle attività di assistenza”. Queste lavoratrici sono in un certo senso costrette a subire una “doppia discriminazione”, in quanto straniere, perché chiamate a svolgere lavori rifiutati dagli autoctoni, in quanto donne, perché vengono affidati loro compiti considerati per natura femminili, con il risultato di creare, per dirlo con parole di Bastarelli, “una segregazione occupazionale” e limitare le possibilità di mobilità sociale. Bisogna comunque aggiungere che nel momento in cui consideriamo il rapporto personale che si instaura tra assistente e famiglia dobbiamo considerare ogni caso a sé, in quanto la lavoratrice, e d’altra parte la famiglia, vivono in modo diverso le medesime esperienze.

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