La famiglia italiana agli occhi delle badanti

Le 400 colf intervistate hanno dichiarato che le famiglie italiane presso cui lavorano si possono permettere di “viziare” i propri figli: i genitori danno troppo e ricevono in cambio dai figli molto di meno. Agli occhi delle immigrate, la famiglia italiana sembrerebbe puntare esclusivamente sulle giovani generazioni, non più, come in passato, in nome di una restituzione di un debito che da anziani si potrà ricevere, poiché anche le donne straniere hanno percepito che l’anziano rappresenta sovente un peso, e non ha tanto valore per i figli.

Hanno descritto un paese dove è ancora la donna a farsi carico del lavoro nella famiglia, anche se ogni giorno più supportata e aiutata dal marito. Queste sono le principali differenze e punti di scontro tra le due culture: da una parte la cultura dell’individualismo, più espressiva ed orientata alla produzione, dall’altra parte le culture di gruppo e di forte appartenenza. Le colf inoltre hanno visto più “Italie”: il modello familiare del Sud sembra ancora essere caratterizzato da tante coabitazioni intergenerazionali, tanti contatti sociali e di aiuto tra i parenti. Le colf notano la forte istituzionalizzazione del matrimonio e l’influenza dei genitori nelle scelte personali di figli. Forse questo ambiente orientato ai bambini e alla parentela è un ambiente dove le colf si trovano meglio, perché assomiglia di più ai loro paesi d’origine: ci sono meno soldi, ma le reti familiari sono più forti.

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I dati della ricerca rivelano inoltre che in realtà si tratta di immigrate altamente istruite, che hanno mariti che lavorano e che loro stesse svolgevano una professione in patria, lasciata perché, la maggior parte, ha giudicato che con un lavoro nel ricco occidente si potesse meglio contribuire al miglioramento delle condizioni di vita dei famigliari e dei figli. In un terzo dei casi la partenza è motivata dalla ricerca di una vita migliore per se stesse, nonostante la conoscenza anticipata della dura realtà che le aspetta, e del fatto che il paese ospitante riserverà loro solo il ruolo delle “donne di casa” che cucinano, puliscono, accudiscono. Rimane comunque un terzo delle donne, male informate, le cui aspettative sono state deluse. I loro titoli di studio non sono riconosciuti, dei loro diritti spesso se ne abusa, alcune non avranno una pensione, ma comunque le loro qualità di nutrici, infermiere e badanti sono molto ricercate. Quello che loro riescono a vendere al mercato del lavoro italiano è il fatto di essere “donne di famiglia”, il che appare come una vera e propria qualifica. Le collaboratrici domestiche hanno l’esperienza di un matrimonio alle spalle, tanto è vero che solo un terzo di loro è nubile. Altra competenza che accomuna le colf straniere è l’esperienza della maternità. Tutte queste “abilità naturali” potranno essere spendibili nella ricerca e nello svolgimento dell’occupazione. Nonostante la precarietà, la subordinazione e la discriminazione, nel complesso due terzi delle intervistate crede che l’emigrazione sia stata una buona scelta e che la loro vita sia cambiata in meglio. Questo non esclude il fatto che l’affetto e la presenza dei propri cari manchi loro, ed è anche per questo che, nonostante queste donne emigrino sole, se riusciranno, prima o poi, verso il quinto anno di permanenza a trovare una abitazione propria, diverranno colf a ore e chiameranno i loro mariti e figli. Infatti il progetto del ritorno è costantemente rinviato, e l’età di queste donne avanza. E’ anche difficile capire se la famiglia d’origine vuole che continuino a restare in Italia. Che la scelta di immigrare sia stata una scelta collettiva, quasi un mandato familiare, è confermato nelle loro risposte: è la famiglia che vuole che lei resti in Italia per continuare a dare un aiuto economico.

Le donne che dichiarano che la loro vita è cambiata in peggio sono quelle che non riescono ad interrompere il progetto migratorio, perché non concluso o perché da ridefinirsi. Sono per metà le donne che vivono in Italia da più di 10 anni. E sono questi anni che si fanno pesanti, doppiamente lunghi perché trascorsi in uno spazio stretto con pochi contatti e tanta solitudine. Vogliono tornare anche quelle immigrate da pochissimo, da circa due anni. E’ dura la svalorizzazione della propria immagine, il vivere la lontananza e l’assenza, l’impatto con una realtà straniera; sono proprio quelle che vivono più comunemente con le famiglie per le quali lavorano, che rischiano la depressione. La tendenza generale, comunque, è verso la stabilizzazione ed è quasi ovvio che la loro percezione della famiglia “a casa loro” e “in Italia” sia oggetto di cambiamento. Quello che accade alle colf, in quanto soggetti migranti, è l’acculturazione, processo che avviene nel tempo proprio rispetto al cambiamento di contesto culturale e al contatto con la diversità degli altri, che prevede acquisizione e/o una trasformazione di alcuni aspetti culturali. E’ difficile identificare se le vere cause di un cambiamento sono dovute a forze esterne (contatto con la nuova cultura) o a forze interne (personalità), diversi fattori operano simultaneamente oltre al contatto, la diffusione e l’innovazione. Comunque la maggioranza delle colf frequenta i luoghi dove è quasi assoluta la presenza di altri stranieri, e la scarsa disponibilità di tempo libero non facilita il contatto e le relazioni con gli italiani. Rare sono le opportunità di scambio con persone italiane della stessa età e con interessi simili. Questa condizione di isolamento soggettivo de facto ostacola una vera integrazione e uno scambio tra le due culture.

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